Lio Sambucci analizza l’apertura di Nichi Vendola al PSE

Mi ha fatto un certo effetto sentire Vendola invocare, dalla televisione nazionale, la necessità, in Italia, di una sinistra che si ispirasse alle socialdemocrazie europee; mi ha fatto un certo effetto sentire Vendola annunciare il suo impegno prossimo futuro per portare la sua sinistra nel Partito socialista europeo. Si tratta di parole che suonano come musica sopraffina per chi da anni, sostanzialmente inascoltato, è impegnato nell’evidenziare la stringente attualità dei valori del socialismo democratico e riformista; per chi da anni segnala come una vera enormità (non più solo un’anomalia) lo sforzo della sinistra italiana di rinunciare – a causa di retaggi ideologici rimasti insuperati – alle politiche ispirate al socialismo europeo, preferendo opzioni di tipo radicalistico, da un lato, oppure neocentrista, dall’altro; ed evidenzia le ipocrisie di chi in Italia non manca occasione per proclamare il superamento del socialismo ma oltre i confini nazionali deve affiancare gli esponenti più autorevoli del PES e dei partiti socialisti europei, condividendone apertamente politiche e scelte.

La rilevanza della svolta impressa da Vendola alle prospettive della sinistra autorizza a considerare con comprensione il ritardo della nuova opzione politica e l’enfasi con cui, allo scopo di individuare esplicitamente gli interlocutori della sua sollecitazione alla costruzione di una nuova sinistra di governo, sono state rimarcate le gravi difficoltà interne del Partito democratico. Minore comprensione, invece, può essere rivolta alla timida presa di distanza di Vendola rispetto al post di Grillo, il quale aveva definito un golpe l’elezione di Napolitano, invitando addirittura i suoi seguaci a recarsi a milioni a Roma (salvo, poi, fare marcia indietro): è apparsa netta, infatti, la preoccupazione di Vendola (il quale pure, solitamente, non risparmia parole di grande impatto emotivo) di non urtare la suscettibilità di Grillo e dei grillini.

Molto meno timida, invece, è stata la critica rivolta dallo stesso Vendola alla elezione di Napolitano ed al voto del Parlamento, il quale, secondo Vendola (che pure ha riservato parole premurose al Presidente), sarebbe così rimasto sordo alle istanze di cambiamento espresse dai cittadini italiani. Ora, pur comprendendo le ragioni di ordine tattico che hanno ispirato la svolta di Vendola, il quale, in un battibaleno, si è sfilato dall’alleanza con il Partito democratico, ritenendo politicamente ben più redditizia, nell’attuale contesto parlamentare, una posizione di opposizione; può essere utile far osservare che Napolitano è stato eletto con 738 voti, che rappresentano tre quarti dei “grandi elettori”, i quali, per buona approssimazione, rappresentano tre quarti dei cittadini italiani.

Si tratta di un dato perfettamente coerente con il principio costituzionale che vuole che il Presidente della Repubblica sia rappresentativo della parte più ampia possibile degli italiani: e l’impressione è che tre quarti sia un po’ più di un quarto. Si tratta di un dato che non può sfuggire a Vendola, perché non deve sfuggire a chi si propone di costruire una sinistra ispirata al socialismo democratico e riformista. Quindi, nella migliore delle ipotesi per Vendola, il Parlamento è rimasto sordo alla domanda di cambiamento di un quarto degli italiani, che non sono pochi ma non sono tutti, mentre ha assecondato le istanze di tre quarti degli italiani.

Ne deriva che la critica è stata, almeno, precipitosamente argomentata: non è certo un dramma (se si considera la desolazione dell’attuale panorama parlamentare); e non avrei avuto da ridire se non fosse che Vendola si era appena candidato (poche parole prima) a promuovere la costruzione di un nuovo soggetto politico ispirato al socialismo europeo: un impegno molto complesso, e, in Italia, forse anche proibitivo, che rende necessario un confronto aperto con tutte le esperienze politiche della sinistra, ma senza rincorrere nessuno, né tanto meno Grillo: il suo populismo a buon mercato (ancora più di cheap di quello berlusconiano), la sua violenza verbale nei confronti della politica, delle istituzioni e dei suoi rappresentanti sono del tutto incompatibili con un soggetto politico autenticamente riformista.

Le prossime settimane ci sapranno dare maggiori indicazioni sull’autenticità della nuova ispirazione vendoliana, ci lasceranno comprendere se il richiamo al PES sia stato solo una suggestione per promuovere – dalle ceneri della nuova disfatta elettorale delle sinistre italiane – un nuovo (l’ennesimo) soggetto della sinistra tradizionale (protestatoria, contestativa, antagonista), provando ad approfittare delle gravi difficoltà interne del Partito democratico (e coltivando gli umori scissionistici che lo percorrono).

Staremo a vedere, con attenzione (trattandosi di questione che ci sta molto a cuore) ma non senza apprezzare l’iniziativa ed esortarne la prosecuzione, mettendo da parte (in una botta di ottimismo) lo scetticismo cui ci costringe la lunga serie di delusioni conosciute sul tema, e di cui la trasformazione, a tavolino, di un partito socialista (DS) in un partito neocentrista (PD) è solo una delle ultime (e neppure la più grave), e, quindi, ancora dolorosa, soprattutto perché ha reso manifesto il carattere solo speculativo della svolta socialista di molta parte della dirigenza post comunista. Coraggio, Vendola, l’indirizzo è quello giusto ed il percorso non è dei più comodi, ma è la costruzione di un autentico spirito riformista (che guardi convintamente alle socialdemocrazie europee) che, in Italia, richiede maggiore impegno.

Lio Sambucci – Segretario PSI Cassino

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